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Distinzioni senza pregiudizi

L’arte, in ogni sua forma, è innanzitutto libertà. Raccontarla vuol dire anche evadere dalla prigione dello stereotipo, affrontare le proprie paure e guardare alla realtà con una criticità totalmente nuova

Ajitto (1981)Parlarne oggi potrebbe sembrare poco originale, sulla cresta dell’onda, facile provocazione, come cantare l’Avvelenata di Guccini o partecipare a un corteo di femministe a seno scoperto, in nome dei propri sacrosanti diritti e sviscerando le ipocrisie di una società benpensante che si nasconde dietro l’ambigua essenza della parola “morale”. Ma come dicevano gli antichi quel che viene ripetuto non può che giovare agli uditori e si intende quindi riproporre l’esperienza artistica di uno dei simboli delle conquiste post-sessantottine in materia di libertà sessuale. Robert Mapplethorpe amava gli uomini e i loro corpi almeno quanto la sua macchina fotografica e l’inseparabile “amica” Patti Smith, e si lasciò travolgere da una vita “maledetta”, fatta di scandali e di glorie, coraggio e ingenuità, scatti di assoluto successo e damnatio memoriae, ma soprattutto di arte.

 

Autoritratto (1980)Nato nell’America del secondo dopoguerra arrivò poco più che ventenne all’età delle grandi contestazioni, che in poco tempo sbriciolarono gran parte dell’antico moralismo semplicemente proponendo alle masse una serie di libertà di cui in fondo le élite avevano da sempre beneficiato, nonostante le apparenze e le prediche. E se i valori trainanti della ribellione studentesca più famosa della storia furono gli ideali sociali, ebbero comunque un gran peso anche le rivendicazioni di libertà, di genere, come rispetto alla sessualità e allo stile di vita in generale, alla faccia del buon costume e del ben pensare. Il tutto sarebbe letteralmente esploso in quegli anni '80 ricchi di colori, tendenze, sacrifici e contraddizioni. È in questo contesto che il giovane Robert cominciò a vivere un conflitto esplosivo con la propria omosessualità, prima combattuta e poi esasperata, lungo un percorso a ostacoli fatto di amori, droghe e fotografia. L’arte divenne presumibilmente una valvola di sfogo, soprattutto quando una Reflex, Hasselblad o Polaroid finivano per immortalare uomini nudi, con i muscoli in tensione proprio come li avevano a loro tempo scolpiti Lisippo e Michelangelo, senza tralasciare i dettagli più scomodi, come i genitali maschili, spesso considerati anti-estetici oltre che volgari.

Derrick (1983)Uomini spesso neri e con “svelate doti nascoste” molto meno compassionevoli rispetto a quelle dei vari Kouros e David ancor oggi oggetto di scherno nelle sale dei musei, autoritratti senza pudore alcuno, fiori con impliciti rimandi erotici, immagini a tematica palesemente omosessuale e persino scene accennanti al sadomaso: in molti considerano ancora tutto ciò come del materiale artistico al limite della pornografia, forse dimenticandosi del vasto panorama di immagini più o meno esplicite rimandanti alla sfera sessuale aventi invece per oggetto il corpo femminile che quotidianamente si possono ammirare un po’ dappertutto, ma che interpretiamo come pubblicità, spettacolo, politica e, perché no, arte.

Patti Smith (1976)Probabilmente Mapplethorpe aveva un obbiettivo ma non un preciso obiettivo, se non quello di ritrarre ciò che gli pareva bello, senza badare troppo al fatto che, negli anni ’70 e ’80, tra libera espressione, creatività artistica, popolarità, provocazione e scandalo vi erano confini labili e in rapido movimento. Dopo una convivenza tanto folle e ambigua quanto teneramente umana con Patti Smith, proprio mentre entrambi si avvivano al successo, Robert fu introdotto nell’alta società americana dal suo "spettabile" compagno Sam Wagstaff, vivendo poi tra mostre, artisti e celebrità per quasi altri vent’anni. Entrambi morirono per le conseguenze dell’AIDS, uno dei grandi flagelli della seconda metà del ‘900, proprio come Freddie Mercury. Proprio il genio della Pop Art deve molto a Robert Mapplethorpe, autore di una delle più celebri fotografie che lo ritraggono. Non solo nudo maschile quindi, ma anche ritratti di personaggi famosi, tra cui la culturista Lisa Lyon e la stessa Patti Smith, peraltro non troppo allineate agli stereotipi della bellezza femminile. E ancora nature morte con fiori "umanizzati", nonché opere scultoree immortalate con la stessa sete di bellezza.

Andy Warhol (1986)Nonostante siano passati decenni e decenni l’accettazione senza sdegno di un artista come Robert non è affatto scontata, tanto che si fatica ancora a organizzare delle mostre con le sue fotografie, sempre strumentalizzabili per fare scandalo, soprattutto da parte dei nuovi reazionari, che additano il ’68 come una delle cause dei mali della società odierna. Tutto alquanto prevedibile, perché mettere a nudo un “dato di fatto”, nel bene o nel male, è sempre scomodo a chi si prodiga per sostenerne l’inesistenza.

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