Extramoenia

Un giardino segreto per raccontarci tante meravigliose storie

Qualsiasi scrittore dovrebbe provare a parlare con i giovanissimi e soprattutto imparare ad ascoltare i loro racconti. Per questo vogliamo pubblicare le invenzioni di tanti ragazzini e ragazzine che desiderano scrivere, oltre a realizzare qualcosa per loro. Vi racconteremo delle storie, narrateci le vostre! Vi parleremo di arte, fatelo anche voi! Cercheremo di farvi immaginare e sognare, siamo sicuri che ci farete emozionare! Diceva il Piccolo Principe che gli adulti spesso non riescono a vedere quell’essenziale che è invisibile agli occhi, ma noi non vogliamo essere troppo adulti... Perché siamo convinti che il pensiero dei bambini sia di grande aiuto per la costruzione di un mondo migliore!

Street artUn racconto di Maura Crameri, 14 anni.

Nella frenetica New York, in un giorno lavorativo, chi si accorgerebbe mai di me? Io quella notte avevo dormito veramente male e di prima mattina stavo andando dal medico per degli accertamenti. Fatte le analisi, il dottore mi disse che avrei dovuto passare il giorno dopo per ritirare gli esami. Di solito non andavo mai dal medico, perché non mi piaceva e soprattutto perché fino ad allora non ne ho mai avuto il bisogno. Stavo per tornare a scuola, quando mi porsi quella domanda: chi si sarebbe accorto di me? Alle 10:30 di mattino, scorrazzando per le vie della città, qualcuno si sarebbe fermato a pensare: "Caspita, questo ragazzo cosa ci fa qui? Non dovrebbe essere a scuola?’’ Non che volessi che qualcuno mi prendesse come quello che scappa sempre per andare in giro durante l’orario scolastico, ma mi sarebbe piaciuto una volta essere nei pensieri di qualcuno, anche per una cosa banale tipo quella.

Mia madre era morta in un incidente, mio padre aveva una carriera brillante e una bellissima ragazza. Ma sembrava che in quella carriera perfetta non volesse includere me. Da quando aveva iniziato a fare il regista si alzava presto la mattina e tornava tardi la sera, a volte non tornava neanche. Tutti mi dicevano che dovevo capire, perché era un momento importante per la sua carriera, e non potevo rovinargliela per un mio capriccio. E allora ho ben inteso che non gli interessava proprio di me, ma in qualche modo mi andava bene. Penso tuttora che si fosse avvicinato a quella vita da regista soprattutto per stare lontano da tutto ciò che gli ricordava mia madre. Era pazzamente innamorato di lei, ma era morta ormai da 8 anni. Era stufo di convivere con il triste ricordo della sua scomparsa, pensava forse di rifarsi una vita… Però era davvero difficile.

Comunque, quando uscivi con mio padre, potevi star certo che ti avrebbe parlato dei suoi film, li avrebbe paragonati alla vita vera: che ingiustizia! In un film, infatti, se un pezzo non ti piace, lo puoi cambiare. Se una parte ti sembra troppo triste, puoi tagliarla, invece nella vita vera non c’è un copione da seguire, ci sei solo tu, di fronte a mille decisioni e scelte, altrettanti ostacoli difficili da superare, questioni su questioni, che poi vanno a sommarsi una dietro l’altra generando il caos più totale. No, mio padre non era così. Lui scappava dalla vita vera, si nascondeva dietro una sceneggiatura, dietro un vestito firmato o dietro la sua nuova ragazza. Quello non era più mio padre, perché prima quando voleva fare una cosa vera, faceva il possibile per realizzarla. Ora con i suoi film si stava inventando una nuova esistenza, ma non considerava il fatto che la vita non aspetta. Non c’è una scaletta, si nasce, si cresce e si muore. È così per tutti. Se vuoi fare una cosa reale devi farla prima che sia troppo tardi, senza perderti nell’illusione delle finzioni.

Quel giorno, anzi il giorno dopo, avrei scoperto come tutto può cambiare da un momento all’altro. Come una macchiolina sulla pelle, un neo un po’ più grande della norma, può cambiare una vita e la vita di chi ci sta attorno. Come una semplice gita al parco, un gelato o un po’ di sole possa essere così pericoloso da farti ricoverare in ospedale. Io non lo sapevo ancora, ma quelle analisi avrebbero cambiato la mia vita e quella di mio padre. L’indomani verso le 10:00 andai in clinica per ritirare le analisi, però c’era qualcosa di strano. Mio padre era in clinica e stava parlando con il dottore. Aveva uno sguardo triste e anche gli occhi lucidi. Quando mi vide si girò dall’altra parte e il dottore venne verso di me. Disse: “Vieni Sandro, andiamo in camera”. Io risposi: “E mio padre?”. Lui ignorò la mia richiesta e mi fece segno di seguirlo. Arrivai in camera, il medico mi disse che mio padre sarebbe arrivato a minuti. Gli chiesi: “Ma perché è qui? In quel momento arrivò una dottoressa con le mie analisi e intanto il dottore accese la lavagna luminosa. Quando la dottoressa uscì io chiesi: “È successo qualcosa di grave?”. Il dottore non mi rispose. Sistemava intanto le mie analisi sulla lavagna, prima la radiografia del mio cranio, poi quella delle ossa… Ne metteva su una alla volta, anche se c’era spazio per due. Lo faceva in un modo schematico e preciso, non sgarrava di un millimetro. Anche la sua scrivania era tutta ordinata, matite disposte secondo i colori diversi, un paio di forbici e un portamatite quasi vuoto. Aveva un maialino sulla scrivania a destra: un salvadanaio. La camera era così bianca che quasi ti accecava. Tutto era sistemato perfettamente e tutto aveva una sua logica. Quell’ordine mi faceva venire il mal di testa, per fortuna arrivò mio padre.

Il dottore risistemò sulla lavagnetta la radiografia del mio cranio e, indicando una macchiolina, disse: “Ecco, vedi questo piccolo punto? È un tumore, purtroppo non possiamo fare niente, è una forma di cancro molto rara. Mi dispiace”. Così il medico lasciò la stanza con tutti i miei progetti per il futuro, e probabilmente anche con quelli di mio padre. Non ero preparato per una cosa così. Penso che nessuno sia mai pronto per una cosa simile! E averlo sentito in quel modo: tutte quelle parole mi frullavano nella testa, non penso di aver realmente compreso quello che stava succedendo fino a quando mio padre si mise a piangere e urlò. Un urlo di sfogo: succede quando sai che stai per crollare perché il peso che hai sulle spalle è insostenibile. Così ad un certo punto precipiti ed è come se stessi per annegare con qualcosa al collo che ti spinge sempre più verso il basso. Tu sei li e non puoi fare niente. Mio padre, sconvolto dalla notizia, non riuscì nemmeno a guardarmi negli occhi. E poi il dottore, che lo aveva informato senza un minimo di sentimento, come se io non fossi che uno dei tanti pazienti che quel giorno avrebbero ricevuto una notizia del genere. Infatti lo ero. Anche se io non ero una persona qualunque. Io ero… Ero… Si, infatti… Ero…Nessuno. Non sapevo ancora aspettarmi. Sapevo cosa avrebbe voluto mio padre. Cancellare o riscrivere il copione. Ma non si poteva. Questa era la vita vera. E non si poteva cambiare proprio niente, solo accettare.

Da quel momento la mia esistenza e quella di mio padre sarebbero cambiate in modo radicale. Ora eravamo io, mio padre e il cancro. Non so cosa fosse successo, ma Eveline, la sua nuova compagna, non veniva più a casa nostra e mio padre sembrava davvero felice. Pensai che si fossero lasciati. Ero felice della gioia di mio padre. Lavorava di meno, forse per seguirmi o forse perché aveva accettato che non tutto è per sempre, che ogni cosa ha una fine. Così anche lui stesso. Non doveva più sprecare il suo tempo dietro un sipario, scegliendo come recitare una parte o come cambiarla. Doveva ricominciare a vivere. E probabilmente avrebbe accettato anche la morte di mia madre, per non parlare della mia. Ma dovevo arrivare a essere sul punto di morire per risvegliare la vita di mio padre?

Anche i miei amici diventarono sempre più strani, cambiarono i loro atteggiamenti. Passavano ogni giorno (o quasi) a salutarmi. Mio padre trascorreva la maggior parte del tempo con me. Perché un mese dopo avrei dovuto cominciare la chemioterapia, che avrebbe potuto forse aiutarmi a sconfiggere il mio cancro. C’erano davvero pochissime probabilità che avesse degli effetti, ma mio padre decise che i medici dovevano fare tutto il possibile e che non dovevamo mollare. Con questa cura, mi spiegarono, ti mettono un ago nel braccio attacco a una flebo e poi ti iniettano una specie di veleno che teoricamente dovrebbe uccidere soltanto le cellule maligne, ma delle volte può colpire anche altre cellule, distruggendole. Subito si perdono tutti i capelli e le tue forze diminuiscono…

Quel mese passò veramente veloce e iniziai a essere spesso in ospedale. La chemioterapia ti rendeva un’altra persona. Talvolta non mi riconoscevo più. Era devastante. Potevo uscire poco, perché le mie difese immunitarie diminuivano e se c’era qualche virus nell’aria che per caso mi infettava erano guai seri. Una semplice influenza poteva rivelarsi un pericolo enorme visto che non avevo forze e quel “veleno” mi indeboliva. Abitavo a casa con mio padre. A volte i miei nonni e i miei parenti venivano a trovarmi e mi sentivo felice. Ma quella sensazione durava poco perché ogni volta mi stancavo davvero in troppo in fretta. Ero sorvegliato 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. A volte però uscivo anche senza mio padre, solo con i miei amici. Era divertentissimo e sembrava di rivivere i vecchi tempi, quando tutto era normale e il cancro ancora non c’era. Dopo 2 mesi di terapia, mi diedero l’ok per tornare a scuola. Io odiavo studiare, ma almeno l’andare in classe mi avrebbe permesso di stare in contatto con gli altri.

Dal giorno che mi avevano detto del cancro avevo cercato di vivere fino in fondo ogni attimo. Era difficile, ma dovevo farlo visto che probabilmente sarei morto da lì a poco. Lo sentivo, anche se i dottori dicevano che miglioravo. Lo sapevo perché mio padre ogni tanto piangeva. A volte stava persino più male di me. Lo vedevo stanco, senza forze, ma doveva resistere, doveva resistere con me, doveva farlo per me. Anche lui però, non lo negherò mai, aveva ricominciato a vivere. Aveva socializzato con un’infermiera e lei lo rendeva felice. Anche io avevo conosciuto una ragazza, proprio in ospedale, durante le terapie: anche lei purtroppo era malata di cancro. Era davvero simpatica e avevamo molto in comune, al di là della malattia ovviamente. Mi piaceva davvero. Briciole di felicità, ma immense. In fondo ne avevo fatta di strada da quando convivevo con il tumore. Si, ammetto che da quando quel dottore me l’aveva annunciato una parte di me se n’era andata per sempre. L’altra parte di me però era ancora vivissima. Ed era sicuramente più forte di prima. Le belle cose ti insegnano ad amare la vita e quelle brutte a saperla vivere. Senza la mia malattia forse mio padre non sarebbe cambiato mai, non avrebbe rischiato di vivere la sua vera vita, forse starebbe ancora con quell’opportunista della sua ex e non avrebbe conosciuto la mia infermiera. Probabilmente Ashley, la mia ragazza, sarebbe più triste senza di me. Forse non mi sarei mai unito così tanto con i miei amici e non ne avrei conosciuti di nuovi, malati come me. Forse adesso sarei da un’altra parte, con un’altra vita davanti.

A questo punto in un film ci potrebbe essere un lieto fine. Nella realtà si chiamerebbe miracolo, ma i miracoli non sono alla portata di tutti. Ora ne ho la certezza, ma in fondo lo sapevo anche prima: io non riuscirò a vincere contro un avversario come il cancro. Ho qualche giorno, ora o minuto per parlare ancora della mia storia, poi lo potrete fare solo voi. Di una cosa sono tuttavia convinto: una persona muore solo quando gli altri la dimenticano. Probabilmente Ashley guarirà, probabilmente mio padre si risposerà, probabilmente i miei amici conserveranno una mia fotografia… Qualcuno sul pianeta Terra non mi dimenticherà mai.

Racconto scritto nell’ambito di un progetto realizzato dagli alunni della Scuola Media di Poschiavo (CH) e coordinato dal prof. Simone Bondio.

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