Extramoenia

Un giardino segreto per raccontarci tante meravigliose storie

Qualsiasi scrittore dovrebbe provare a parlare con i giovanissimi e soprattutto imparare ad ascoltare i loro racconti. Per questo vogliamo pubblicare le invenzioni di tanti ragazzini e ragazzine che desiderano scrivere, oltre a realizzare qualcosa per loro. Vi racconteremo delle storie, narrateci le vostre! Vi parleremo di arte, fatelo anche voi! Cercheremo di farvi immaginare e sognare, siamo sicuri che ci farete emozionare! Diceva il Piccolo Principe che gli adulti spesso non riescono a vedere quell’essenziale che è invisibile agli occhi, ma noi non vogliamo essere troppo adulti... Perché siamo convinti che il pensiero dei bambini sia di grande aiuto per la costruzione di un mondo migliore!

FriendshipUn racconto di Mauro Lardelli, 14 anni.

Volete conoscere la storia di Giovanni? Poi non dite che non vi avevo avvertito, non è una vicenda per persone che si commuovono facilmente e soprattutto non è l’avventura bella e affascinante che tutti ameremmo vivere! Io vi avverto, spetta a voi decidere se volete continuare e ascoltare questo duro e crudo racconto di una giovane ingiustizia! Tutto iniziò un giorno di cinque anni fa, quando incontrai Giovanni in un vecchio vicolo in periferia…

Era il tipico posto dove stava sempre mio fratello con quella “specie di suoi amici”, così li chiamava lui. Erano circa le dieci di mattina e Giovanni stava contando qualche spicciolo, mal vestito e denutrito, anche lui nelle mie stesse difficili condizioni. Ero incuriosito, non lo avevo mai visto in giro. Decisi di andare a parlargli per conoscerlo meglio, ma quando mi avvistò iniziò a correre. Si fermò solo quando si accorse che non avevo brutte intenzioni. Gli chiesi: ”Perché sei scappato?” E lui mi disse balbettando:”Nie-niente, nie-niente...”. Capii immediatamente che c'era qualcosa che non andava in lui. E domandai ancora: ”C'è qualcosa che non va?”. “No no, nulla!”. Mi stava mentendo, era chiaro e da come lo faceva si capiva che non ne era nemmeno capace. Lo salutai e feci finta di andarmene, ma in me prevalse la curiosità e quindi lo seguii.

Era arrivato vicino a un fiumiciattolo che scorreva in un grande prato. Lontano e nascosto da tutti c'era un piccolo magazzino abbandonato e in rovina: vi entrò. Io non volevo seguirlo là dentro, per paura di essere scoperto, ma feci il giro dello stabile e spiai da un buco che c’era nel muro. Lo vidi discutere con un vecchio barbone, che in seguito avrei scoperto essere suo padre e anche il suo unico familiare, dato che non aveva conosciuto la madre e non aveva fratelli o sorelle). Dopo aver discusso un altro po’ gli diede parte degli spiccioli che stava contando quando lo avevo visto nel vicolo. Alcuni minuti dopo decisi di andarmene, ripromettendomi di scoprire chi fosse quel ragazzo: ero proprio sicuro di non averlo mai visto in giro prima.

Tornando in città vidi passare un’auto della polizia e mi nascosi. Io non ho la cittadinanza, però é come se fossi Italiano, sono cresciuto qui a Battipaglia, non troppo lontano da Salerno. Non so chi siano i mie genitori, ho sempre vissuto qui con mio fratello Marco. Ho chiesto diverse volte a lui di mamma e papà, ma non ha mai voluto parlarne. Morì a 23 anni, quando io ne avevo 12. Il giorno in cui incontrai Giovanni, invece, ne avevo già compiuti 14. Mi toccava arrangiarmi con qualche “spettacolo” per strada e talvolta dovevo commettere qualche piccolo furto per riuscire a vivere.

Qualche giorno dopo rividi Giovanni in un grande parcheggio poco frequentato e mi venne un groppo in gola notando con chi parlava. Mi pervase una forte rabbia al pensiero che quei teppisti erano ancora in giro. Era per colpa loro se mio fratello era diventato uno spacciatore e un drogato. Lui era morto per quella schifo di roba e la polizia non aveva fatto niente per fermare quei ragazzi. Gli spacciatori non mi avevano ancora visto e ne approfittai per nascondermi meglio e più vicino, in modo da poter sentire la conversazione. Proprio mentre mi mettevo all’ascolto uno di quei brutti energumeni disse piano a Giovanni, in modo terrificante: “Tra dieci giorni, qui alle dieci, mi dirai se sei fuori o dentro, ricorda bene, questa è la tua unica opportunità di entrare nel giro, capito bene eh, ti ho detto CAPITO BENE GIOVANNI?”. “Sì, sì, ho ca-ca-capito”.

Fu allora che seppi il nome di quello che sarebbe diventato il mio migliore amico ed ebbi per la prima volta nella mia vita qualcosa di concreto da fare. Volevo fare in modo che Giovanni non entrasse mai nel giro, non volevo che facesse la fine di mio fratello. A quel punto sapevo già cosa volevo fare, quello che non sapevo era tuttavia come farlo.

Seguii nuovamente Giovanni e lo vidi entrare di nuovo nel magazzino abbandonato, ma questa volta il barbone non c’era. Dormii poco lontano da li, in una baracca di legno fatiscente. Anche se non chiusi praticamente occhio almeno non ero in vista, ed ero al riparo da eventuali piogge. Lo seguii anche il giorno dopo. Arrivati in centro città feci finta di incontrarlo per caso per poter parlare con lui. Quando lo salutai trasalì e mi guardò sgranando gli occhi. Poi riprese subito il suo abituale aspetto. Molto probabilmente non mi aveva riconosciuto dall’ultima volta e ciò giocava a mio vantaggio. Andai a parlargli con la scusa di discutere di come si viveva male nelle nostre condizioni, di tutte le cose brutte che stavamo passando e della situazione in cui si trovavano le persone come noi, tutte cose in fondo assai vere.

Adesso sembrava un ragazzo qualunque. Si presentò come Giovanni e io gli dissi che mi chiamavo Diego. Più la conversazione proseguiva più mi accorgevo di quante cose avevamo in comune. Per preservare la sua fiducia decisi di non parlargli del giro e della droga. Decisi che era meglio aspettare di conoscerlo meglio e avere la sua amicizia. Ancora per tre giorni ci incontrammo in centro Battipaglia, in Piazza Aldo Moro e per tre giorni parlammo di noi e giocammo assieme. Passato del tempo e ormai conquistata del tutto la sua fiducia iniziai a chiedergli se sapesse qualcosa sul giro di droga che c’era in città. Iniziai così ad addentrarmi in quell’argomento che fino a poco prima era chiaramente tabù. Ben presto finii con andare dritto al punto, dicendogli che non doveva entrare nel giro perché era pericoloso e sbagliato, ma lui si infuriò tantissimo, chiedendomi come facessi a sapere queste cose. Poi mi disse che non avrebbe mai più parlato con me.

Io continuai ad andare al nostro “appuntamento”, alle 10:00 tutti i giorni in Piazza Aldo Moro. Lui per molto tempo non si presentò. Solo dopo circa un mese lo vidi comparire. Mi disse che avevo ragione, si era fatto fregare un pacco di exstasy da un’altra banda di delinquenti e adesso quel gruppo “nemico” voleva punirlo. Aveva persino trovato un messaggio di morte, scritto su un muro di un vicolo dove passava spesso. Io sapevo che lo avrebbero ammazzato in un modo o nell’altro. A questo punto le possibilità erano due: la prima era stare “nell’ombra” il maggior tempo possibile, la seconda era fuggire da qualche parte. Inizialmente andammo a vivere in una baracca in periferia, ma quando un giorno andammo a vedere se c’era ancora il padre di Giovanni lo trovammo morto con una busta li vicino. Era un’altro avvertimento degli spacciatori, e c’era scritto: “se non ti rifai vedere quando ti prenderemo con le nostre mani farai la sua stessa fine”. Se fosse andato da loro lo avrebbero ammazzato comunque, le loro intenzioni erano chiare.

Anche se Giovanni era disperato e voleva seppellire degnamente suo padre la paura prevalse anche su di lui e così decidemmo di scappare la sera stessa verso Nord, su un treno che partiva quella sera alle 21:30. Avevamo un po’ di paura nell’andare in stazione, perché molto spesso quei ragazzi malavitosi spacciavano anche li. Per fortuna questa volta non c’erano e così salimmo su un vagone merci diretto a Napoli. Durante il viaggio parlammo molto, ognuno diceva qualcosa di sé, ridevamo molto e la nostra amicizia era divenuta ormai molto forte. Scendemmo a Napoli a tarda sera, eravamo molto stanchi. Ma decidemmo di non fermarci e di salire di nascosto su un treno delle 5:50 che trasportava container a Roma. Stavamo entrando di nascosto in stazione quando avvistammo un gruppo di ragazzi che scrivevano su un vecchio vagone con delle bombolette spray, per fortuna riuscimmo a non essere visti.

Il viaggio fu meno piacevole delle volte precedenti, perché c’era poco spazio. Non mancavano però mai delle battute e delle risate qua e la che alleviavano il viaggio. Arrivati a Roma gli addetti alla sicurezza ferroviaria ci videro e ci toccò fuggire. Salimmo su un altro treno, andando incontro a più e più facce sbalordite. Andammo avanti negli altri vagoni e ci “nascondemmo” in mezzo agli altri passeggeri, come se avessimo pagato il biglietto e fossimo normali viaggiatori. Il tragitto da Roma ad Ancona fu molto più difficile e pericoloso di quelli precedenti perché non l'avevamo programmato e l'unico modo di proteggerci e passare inosservati era quello di cercare di eludere i controllori. Alla fine, aiutati anche dalla buona sorte, arrivammo sani e salvi nel capoluogo marchigiano. Restammo in quella città per circa 2 mesi. Ci trovavamo bene perché riuscivamo a guadagnarci da vivere con qualche spettacolo in piazza, facendo ad esempio un teatrino, o impersonando delle statue immobili. Ma quel che era più importante era che sentivamo di essere felici.

Un giorno in centro vedemmo dei cartelloni pubblicitari su un progetto per aiutare ragazzi senza casa e chiedendo un po' in giro riuscimmo a scoprire che a San Marino si stava realizzando un centro per ragazzi privi di dimora che avevano bisogno d’aiuto. Entrambi pensammo all’istante che la cosa poteva fare per noi, ma un vecchio, dopo averci squadrato un momento e aver inteso quello che ci passava per la testa ci disse anche che i ragazzi per quel posto c'erano già e non c'era più spazio. Noi, tuttavia, speranzosi e con perseveranza, decidemmo di provare ad andare lo stesso fino a San Marino. Così qualche giorno dopo prendemmo un treno per Rimini. Ci giungemmo senza problemi, restando in un vagone pieno di bici e altre cose. Rimanemmo lì per un solo giorno e, non vedendo possibilità di andare a San Marino con un veicolo pubblico, prendemmo la decisione di andarci a piedi.

Partimmo la mattina seguente di buon'ora. Stava iniziando a piovere, camminare era faticoso sotto quel tempaccio, ma liberava anche le membra da brutti e scomodi pensieri. Marciammo fino a pomeriggio inoltrato e arrivati a San Marino ci sistemammo in una pineta per la notte. Il giorno dopo cercammo un posto dove stabilirci e lo trovammo in una piccola casetta in legno in mezzo a un prato, dove sembrava non esserci stato più nessuno da parecchio tempo. Cercammo di rimanere a debita distanza dal centro di San Marino, anche se qualche volta dovemmo fare visita ad alcuni quartieri periferici perché non avevamo più cibo. In quel periodo riflettemmo anche molto su come erano cambiate soprattutto in bene le nostre vite. Due giorni dopo l’inaugurazione del centro per ragazzi senza dimora ci presentammo chiedendo aiuto e, dopo aver compilato varie scartoffie e partecipato ad alcuni incontri “burocratici” diventammo cittadini di San Marino a tutti gli effetti. Andammo ad abitare assieme ad altri diciassette ragazzi che vivevano nella “casa comune”. Il progetto consisteva nel dare un tetto ai ragazzi e farli diventare indipendenti, grazie ad alcuni lavoretti gestiti da cinque tutori legali.

Io e Giovanni stringemmo parecchie nuove amicizie con i compagni di casa e camera, che come noi avevano le loro storie. Ma lui rimase sempre il mio migliore amico. Parlammo molto di ciò che ci era successo, di come eravamo stati fortunati ad incontrare quelle persone e ad arrivare fin lì. Ecco perché anche oggi lavoriamo ancora per il centro, per cercare di aiutare ragazzi che, come noi due in passato, hanno bisogno di aiuto.

Giovanni era in una brutta situazione quando gli spacciatori hanno in parte usato un suo momento difficile, una sua depressione, per trarlo in inganno sfruttandolo e facendogli fare brutte cose. Dobbiamo ricordare tutti che la falsità è una cosa orrenda, che chi prende in giro e sfrutta delle persone che sono in un periodo buio e difficile sono dà il peggio che può dare un uomo. Pensate a chi resta vittima della peggiore delle falsità, a chi non ha più la possibilità di tornare a vivere degnamente, a chi già stava male e si ritrova con errori irreparabili, che vorrebbe non aver mai commesso, a chi neppure la giustizia può dar giustizia.

Io e Giovanni lavoriamo e viviamo per donare la stessa fortuna che ci ha baciati alle persone che ne hanno bisogno. A volte bisogna cercare di capire, di andare incontro a chi sta male e soprattutto non ci si deve mai abbassare ai livelli di chi sfrutta i momenti brutti dei più sfortunati. E da San Marino a Battipaglia, da Roma ad Ancona, ovunque, ricordatevi che il detto recita che l’unione fa la forza.

Ho iniziato parlando di una giovane ingiustizia, mi chiederete perché, visto il lieto fine. Beh, l’ingiustizia sta nel fatto che ci sono tante storie come quella di Giovanni e la maggior parte non finiscono così.

Racconto scritto nell’ambito di un progetto realizzato dagli alunni della Scuola Media di Poschiavo (CH) e coordinato dal prof. Simone Bondio.

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