Extramoenia

Un giardino segreto per raccontarci tante meravigliose storie

Qualsiasi scrittore dovrebbe provare a parlare con i giovanissimi e soprattutto imparare ad ascoltare i loro racconti. Per questo vogliamo pubblicare le invenzioni di tanti ragazzini e ragazzine che desiderano scrivere, oltre a realizzare qualcosa per loro. Vi racconteremo delle storie, narrateci le vostre! Vi parleremo di arte, fatelo anche voi! Cercheremo di farvi immaginare e sognare, siamo sicuri che ci farete emozionare! Diceva il Piccolo Principe che gli adulti spesso non riescono a vedere quell’essenziale che è invisibile agli occhi, ma noi non vogliamo essere troppo adulti... Perché siamo convinti che il pensiero dei bambini sia di grande aiuto per la costruzione di un mondo migliore!

Soccer is...Un racconto di Leandro Pinto, 14 anni.

Siamo al novantesimo e l’arbitro ha dato un solo minuto di recupero. Il Borussia ha solo una possibilità di andare in vantaggio sul Barça e vincere così la tanto attesa finale… Un momento, siamo finiti un po’ troppo avanti! Torniamo indietro, molto indietro… Tutto cominciò quando avevo sei anni e vivevo in una piccola valle nel sud della Svizzera, dove mi ero trasferito da piccolo, essendo originario del Portogallo. In quel mese di marzo ricevetti le mie prime scarpe da calcio, che mi furono regalate da un amico di famiglia: delle Adidas blu. Era la prima volta che ne indossavo un paio. Subito mi sentii molto felice e immaginai di essere il calciatore più forte del mondo. E da allora feci pressioni sui miei genitori affinché mi iscrivessero a una scuola di calcio.

Passò del tempo, avevo ormai 13-14 anni e cominciavano i primi problemi, cioè i litigi in famiglia, la ragazza, la scuola e soprattutto il calcio, perché ai miei genitori non andava che io ci dedicassi così tanto tempo. A casa si bisticciava quasi tutti i giorni anche, più in generale, a causa delle mie idee e delle mie amicizie. Insomma quasi per tutto c’era da litigare. A scuola andavo bene ma non amavo troppo l’ambiente, soprattutto perché mi toccava subire gli insulti razzisti da parte dei coetanei che non accettavano che gente straniera come me potesse essere più abile e capace di loro. Nonostante tutti questi problemi quando io e il mio migliore amico andavamo a giocare a calcio, lì passava tutto. Mi dimenticavo del mondo. Ero concentrato solo sulla palla e sul gioco.

Per quanto riguarda le ragazze… dove abitavo non ce n’erano molte che ritenessi carine ed erano proprio quelle che venivano a vederci mentre giocavamo a calcio. Mi ricordo che piacevo ad alcune di loro, ma, forse per sfortuna, non avevo mai concluso nulla. Anche in quel contesto c’erano dei ragazzi che se la prendevano con noi stranieri. Mi arrabbiavo, ma avevo pur sempre un pallone, potevo concentrarmi solo su quello.

Nello stesso anno mi ero peraltro rotto una mano ricevendo una pedata da un avversario durante una partita amichevole. Dovetti stare 3 mesi senza giocare a calcio e mi sembrò un’eternità. Conobbi però una ragazza fantastica: le piaceva il calcio, tifava la mia stessa squadra, amava i videogiochi proprio come me. Cominciai a parlarle e iniziai pure a piacerle. Però la nostra frequentazione durò solo una settimana e ancora adesso non ne capisco il motivo.

La squadra in cui giocavo andava abbastanza bene, eravamo a un buon livello. Ma con il cambio di stagione e il cambio delle annate, dato che i più vecchi andavano con quelli più grandi e venivano con noi i più giovani, abbiamo cominciato a perdere colpi e così siamo pure retrocessi nel campionato inferiore. A pensarci bene bisogna ammettere che la squadra non era poi il massimo, soprattutto dal punto di vista dei rapporti coi compagni: quelli più scarsi erano invidiosi di quelli più bravi e la mettevano sul gioco scorretto e sugli insulti. Una volta ricordo che uno aveva rischiato di spaccarmi il ginocchio e credo proprio che, se non fosse stato per gli allenatori, per sarebbe finita molto male.

Nei giorni immediatamente seguenti alla retrocessione successero parecchie cose: oltre alla fine della stagione calcistica, si avvicinavano gli esami a scuola e in più c’era qualche ragazza che avrebbe voluto uscire con me, anche se io a dire il vero pensavo sempre e solo al calcio. Forse mi stavo chiudendo troppo e il tempo passava senza che la mia vita conoscesse delle svolte. Pian piano arrivò l’autunno, quindi l’inverno, fino alla periodo delle vacanze natalizie… Ed ecco che qualcosa cambiò: cominciavo a pensare un po’ di più anche alle amicizie e alla scuola e iniziai a parlare con le ragazze che mi sembravano interessate a me. Ma come al solito quel gruppo che mi prendeva in giro cominciò a ficcare il naso dove non doveva. Mi innervosivo e reagivo tornano a concentrarmi sul pallone.

Nel febbraio dell’anno successivo si rifece viva la ragazza con cui mi ero trovato bene, anche se per pochissimo tempo. Ricominciò a parlarmi e dopo un paio di settimane mi chiese di uscire con lei. Io ovviamente accettai. Mi disse che per lei era cambiato tutto e che parlare con me la faceva stare bene. A un certo punto mi diede un bacio e fu in quel momento che iniziò la nostra storia. Mi ripeteva che ero importante, sosteneva che parlare con me le faceva dimenticare tutti i problemi.. Diceva, diceva, diceva… Durò qualche settimana, non di più, perché poi si inventò una scusa per lasciarmi. Io la mandai a quel paese e cercai di fregarmene. Quando mi chiese se potevamo rimanere amici, mi limitai a ridere. Questa breve esperienza mi fece pensare molto e perdere un po’ di fiducia nelle ragazze. Ancora una volta non cambiava niente.

Passò del tempo e una fra le più belle ragazze della scuola cominciò a parlarmi più del solito: le piacevo, ma non lo avevo ancora capito bene, come al solito pensavo quasi solo al calcio! Poi finalmente arrivò il giorno che mi disse tutto quello che provava per me e d’istinto la baciai. Lì la mia vita parve cambiare di nuovo: forse ci sarebbe stata anche lei, non solo il calcio! Ci volle poco perché in molti diventassero gelosi: alcuni non mi parlarono nemmeno più, ma io non ci pensavo più di tanto. Ero felice così, con pochi amici ma veri, la mia ragazza e naturalmente il calcio.

Passò un altro anno, ne avevo già sedici ed ero ormai alla fine della scuola. In campionato eravamo messi bene, anzi benissimo. Io ero migliorato tanto nel modo di giocare: ero considerato uno fra i migliori difensori del campionato, nonostante fossi uno dei più giovani! Era tempo di scegliere la strada per il mio futuro. Avevo deciso di fare un apprendistato come disegnatore edile e stavo per avere il posto, quando successe l’incredibile. Dopo una delle ultime partite della stagione prima dell’inverno, vinta per uno a zero grazie a un mio gol di testa, il mio allenatore, che stava parlando con due tizi ben vestiti, mi chiamò. Mi spiegò che si trattava di due osservatori del FC Basel e che era già da un po’ di tempo che sentivano parlare di me e che mi seguivano nelle partite. Si erano accertati che le voci fossero vere, per appurare le mie qualità di promettente difensore. Mi chiesero se avevo voglia di andare a fare qualche esame fisico per la loro squadra. Io chiamai subito i miei genitori che, appena sentito quello che avevo detto, si precipitarono al campo, per saperne di più. Ero contentissimo!

Arrivò la fine della scuola e anche la fine del campionato. Eravamo a più 8 dal secondo classificato. L’ultima partita giocata in casa l’avevamo vinta 2 a 1 con un mio gol segnato dalla distanza. Ricordo che facemmo una grande festa e ci divertimmo moltissimo. E il giorno dopo finalmente mi chiamarono da Basilea per chiedermi se ero davvero pronto per andare da loro. Accettai. Ora si faceva sul serio, c’era un posto in una squadra professionale che mi aspettava. La domenica dopo la fine della scuola, preparate la borsa da allenamento e una valigia con vestiti, eccomi in partenza per Basilea. La mia ragazza mi accompagnò fino alla stazione: ricordo che piangeva e io la stringevo forte tra le mie braccia, perché era la persona più importante per me e non volevo perderla.

Dopo due ore di viaggio dovetti cambiare treno. Quando scesi mi ritrovai davanti il solito gruppetto di esaltati che si sentono importanti nel fare stupidaggini, un po’ come quelli che mi trattavano male per le mie origini portoghesi. Erano lì a fumare e a bere, mi fermarono, mi guardarono e mi offrirono le loro schifezze. Io rifiutai all’istante e si misero a ridere. Stavo per rimettermi le cuffie e andare via quando una delle ragazze di quel gruppo mi chiese dove andavo. Io misi le cuffie per tapparmi le orecchie e, mentre me ne andavo, dissi che a loro non sarebbe dovuto importare niente di quello che avrei fatto. Mi sentivo libero e sollevato. Dopo qualche giorno di esami e di prove fisiche arrivò il verdetto finale. Rientrando in camera dalla piscina trovai una busta sul letto, la aprii e dentro c’erano i fogli per il mio contratto. Ero felicissimo, ce l’avevo fatta, ero diventato un giocatore del FC Basel, una delle squadre più importanti della Svizzera. Passarono dei mesi, le uniche persone che sapevano dov’ero e che mi venivano a trovare erano i miei amici più cari, la mia ragazza e i miei genitori. Per gli altri credo che era come se fossi morto, ma non mi interessava affatto.

Passarono anche gli anni. A 19 anni ero diventato davvero forte. Dopo l’ultima partita del campionato tornai a fare una visita al mio paesino della Svizzera del Sud. Era una domenica pomeriggio e andai con il mio migliore amico a vedere una partita della squadra in cui avevo giocato da ragazzino. Arrivammo tuttavia in ritardo, il match era già finito. Notai quei ragazzi stupidi che un tempo mi avevano così infastidito: erano immutati, ancora lì a bere e a fare i gradassi… Ma a un certo punto calò il silenzio. Io e il mio amico uscimmo dalla macchina e generammo un certo stupore. Come se fosse tutto normale abbracciammo le nostre ragazze e ci avviammo verso di loro. Mi avvicinai ai miei genitori e li salutai. Poi due amiche della mia ragazza tirarono fuori due foto di me nella squadra e mi chiesero un autografo. Tutti, ma proprio tutti, allora si misero a fare i simpatici con noi come se fossimo stati amici da sempre. Io mi girai e me ne andai senza neanche rivolger la parola a quelli che invece continuavo a detestare. Credo che la mia coerenza sia stata la scelta più giusta.

La sera dello stesso giorno avevo invitato a cena fuori la mia famiglia, la mia ragazza, sua mamma e il mio migliore amico con i suoi. Poi portai la mia bella a bere qualcosa in un bar, ma entrato nel locale mi ritrovai di nuovo di fronte quella gentaccia. Tutti mi guardavano storto e a un certo punto uno di loro si alzò, venne da me e mi disse: “Con che coraggio torni qui senza neanche rivolgerci la parola? Qui è casa nostra comandiamo noi!”. Io mi misi a ridere e risposi: “Ok, adesso è il momento giusto per parlare e vi voglio solo ringraziare. Si, perché è anche grazie a voi che ora sono quello che sono”. Poi uscii, avevo perso la voglia di stare lì .

Ritornai a Basilea, era la fine del calciomercato ed ero sulla bocca di tanti, ma nessuno era sicuro se prendermi o no. Ecco che l’ultimo giorno arrivò una richiesta da una squadra: erano disposti a pagare fino a 27 milioni per avermi con loro. Si trattava del Borrussia Dortmund, uno dei team tedeschi più temuti, e volevano proprio me! Io ovviamente accettai subito, non avrei mai potuto rifiutare di giocare per una squadra simile. Dopo 2 settimane mi trasferii a Dortmund con la mia ragazza. Le sue amiche non la volevano lasciare quindi, vennero pure loro. Avrebbero cercato tutte e tre lavoro in Germania.

Ce l’avevo fatta! Ero nel Borussia, una delle mie squadre preferite. Ce l’avevo fatta! Era stata dura ma ci ero riuscito, ero al Borussia! Non ci credevo neanche io. Passarono i mesi, avevamo fatto un grandissimo campionato, eravamo i primi in classifica, entrammo pure in Champions League! Era dura la Champions, gli avversari erano forti e avevano più esperienza. La nostra età media in squadra era di 22 anni: davvero impressionate, tutti ragazzi cosi giovani a un livello come quello. Miracolosamente arrivammo fino alla finale, ovviamente contro il Barça di Leo Messi, forse la formazione più forte di tutta la storia del calcio.

La partita restò sullo zero a zero per tutto il primo tempo, che fu estremamente equilibrato. Nella ripresa il risultato non cambiò. Mancava pochissimo alla fine della partita quando vidi un enorme varco nella metà campo avversaria. Mi lanciai all’assalto, ero arrivato quasi vicino all’area del Barça quando con un fallo da dietro mi atterrarono. Cartellino rosso diretto. Mi rialzai e presi in mano la palla e la appoggiai sul manto erboso. Sul tabellone dell’assistente si leggeva che mancava solo un minuto e i tifosi erano in ansia. Nel frattempo mi immaginavo i telecronisti che commentavano mille cose: “Siamo al novantesimo e l’arbitro ha dato un solo minuto di recupero il Borussia, ha solo una possibilità di andare in vantaggio sul Barça e così vincere la tanto attesa finale...”. Ero sotto pressione sentivo i cori rimbombare da tutte le parti, cercavo di calmarmi ma era difficile. Dopo qualche respiro profondo, udii il fischio dell’arbitro.

Con un potente calcio proprio sulla valvola del pallone diedi uno stranissimo effetto al mio tiro: barriera scavalcata e gran gol appena sotto l’incrocio dei pali. Il silenzio fu rotto da un boato enorme. Dalle tribune si sentiva solo urlare il mio nome! Dopo 30 secondi si udì anche il triplice fischio dell’arbitro: era finita, ce l’avevamo fatta! Avevamo battuto il Barça 1 a 0 nella finale Champions! Io ero contentissimo e lo fui ancor di più quando il nostro capitano diede a me l’onore di alzare la coppa visto che avevo segnato io. Un brivido mi percorse la schiena, fu un’emozione indimenticabile.

Pensai che era la vita che avevo sempre sognato. Ma non dimenticai mai le difficoltà che avevo vissuto e di quando il calcio per me era soprattutto un modo per non pensare ai problemi. Non avrei mai dimenticato il mio calcio.

Racconto scritto nell’ambito di un progetto realizzato dagli alunni della Scuola Media di Poschiavo (CH) e coordinato dal prof. Simone Bondio.

NDR per chiunque sia interessato a una riflessione un po' fuori dagli schemi sulla tematica del calcio proponiamo l'articolo intiolato "L'arte del calcio, il calcio nell'arte".


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